Titolo:
Sette volte bosco
§ Autrice:
Caterina Manfrini
§ Pagine:
208
Casa editrice:
Neri Pozza
§ Genere:
Storico
Adalina è sola. Sta viaggiando su quel treno vecchio e cigolante da due giorni. Non ha nessuno accanto da stringere, consolare, sfamare. Ha soltanto una valigia stretta tra le gambe, fatta un po’ di legno e un po’ di cartone che si è quasi sciolto sotto il temporale. Sta tornando da Mitterndorf, il campo profughi per gli abitanti del Tirolo meridionale inglobato nel fronte della Grande Guerra, dove ha trascorso l’ultimo, terribile anno e ha perso i genitori, stroncati dalla fatica e dal dispiacere. Al campo, nei giorni durissimi spezzati solo dal lavoro alla fabbrica di scarpe, e nelle lunghe notti schiacciata tra i corpi degli altri disperati, solo due pensieri hanno tenuto in vita Adalina: il suo màs, il maso che la famiglia si tramanda da generazioni, ed Emiliano, il fratello partito soldato per un Impero che si è sbriciolato come un tozzo di pane, il fratello di cui non ha notizie da mesi e che è rimasto l’unico, ormai, a chiamarla con il nome che lei ama, Lina. Tornata a casa, Lina si rende conto che non solo la sua famiglia, i confini, la lingua sono cambiati: le montagne e i boschi non sono più gli stessi, dilaniati dai bombardamenti, depredati e spogli. E il maso è in parte crollato, in parte annerito dai fuochi degli occupanti abusivi. Ma è ancora in piedi. Adalina sa che la vita è fatta di tristi inverni così come di primavere rigogliose, e ora è giunto il tempo di ricominciare, di curare le ferite del corpo e dell’anima. Anche per Emiliano, che tornerà dalla guerra e non deve pensare che Lina si sia mai arresa. Finché un giorno qualcosa cambia nella sua quotidianità così faticosamente riconquistata. Nel màs si è intrufolato un ragazzo: è un soldato, come Emiliano; parla tedesco, quello vero. E, proprio come Emiliano, anche lui ora si trova dalla parte sbagliata del confine.

Ho scelto di leggere questo romanzo appena ho visto la copertina: una donna immersa nel verde selvaggio della natura montana, una donna che poteva essere libera ma anche perduta, tenace ma anche fragile rispetto all'immensità del mondo intorno a lei.
La Grande Guerra è ormai finita e Adalina sta tornando a casa dopo un anno di dolore nel campo profughi di Mitterndorf, un campo di lavoro austriaco dopo furono sfollati migliaia di abitanti del Tirolo meridionale perchè la loro terra era diventata confine di guerra.
Lina ha visto morire i suoi genitori a causa del lavoro sfiancante e del dispiacere per aver perso tutto, l'unica cosa che la tiene in piedi è la speranza di ritrovare il fratello Emiliano e il loro maso, un luogo unico sperduto tra i boschi e le montagne.
Le prime pagine del romanzo ci raccontano la lenta e difficile rinascita di Adalina, il mondo che conosceva non esiste più, il villaggio è vuoto e triste, i boschi sono deturpati dai bombardamenti, la sua casa è diroccata e priva di vita, il suo cuore ammaccato dalla sofferenza e dalla paura.
Ma Lina è forte, si rimbocca le maniche e cerca in tutti i modi di sopravvivere alla fame, al freddo e alla solitudine.
Di pari passo seguiamo il ritorno di Emiliano, ferito nel corpo e nell'anima come le sue amate montagne, non è più il giovane baldanzoso che saltella come un folletto per le alture, è un uomo taciturno che ha perso il suo migliore amico e il suo grande amore.
"Sette volte bosco" prende in titolo da un proverbio trentino: "Sette volte bosco, sette volte prato", la vita sempre si rinnova e, come il bosco è stato prato e torna bosco, anche la vita può rinascere dopo la distruzione e il dolore, così Lina e Emiliano trovano la forza per reagire.
Questa è una storia fatta di legami, di come la famiglia, gli amici e la memoria di ciò che è stato possono tenerci ancorati al presente e permetterci di creare nuove radici per dar vita ad un futuro nuovo e migliore.
Ho apprezzato molto questa lettura perché non conoscevo questo spaccato della storia italiana, la situazione dei Tirolesi costretti a lasciare le loro case senza sapere se vi sarebbero mai tornati e, a guerra finita, mal visti da tutti: da un lato con rancore dall'Austria e dall'altro con sospetto dagli italiani.
La scrittura di Caterina Manfrini sa essere poetica e aspra allo stesso tempo, è capace di evocare la bellezza del bosco e della natura selvaggia, i suoni e gli odori, è in grado di condurci nei meandri dell'animo umano, smascherando le più piccole fragilità e ombre.
Spesso, nei dialoghi, viene utilizzato il dialetto cimbro tipico di quelle zone, per me è stato facile comprenderlo, il dialetto veronese è molto simile e, a parte qualche termine specifico, mi era molto chiaro ma credo che questa scelta sia un po' limitante, permette di far rivivere un'atmosfera più autentica e vicina al contesto storico ma, chi non è della zona, potrebbe avere serie difficoltà nel procedere con la lettura.
Molto suggestivo è anche il riferimento alle leggende e alla magia popolare, Adalina è stata educata all'uso delle piante medicinali e crede negli spiriti della foresta e del fiume a cui affida pensieri e richieste.
"Sette volte bosco" è un libro sulla speranza e sulla resilienza, ideale per chi ama la natura, la montagna, per chi cerca un romanzo storico intimo e profondo che sa mettere in luce la forza dell'animo umano.

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