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23 gennaio 2017

"Il grande marinaio" di Catherine Poulain



Buon pomeriggio cari amici, il romanzo di cui vi voglio parlare oggi è “Il grande Marinaio” di Catherine Poulain, ringrazio fin da subito Martina della casa editrice Neri Pozza per avermi dato la possibilità di leggere questo libro così particolare e inquietante.
L’ho terminato giusto ieri e non avevo ricordi di provare delle sensazioni così controverse nei confronti di una lettura, sta di fatto che la Poulain ha voluto regalarci un pezzetto della sua vita in Alaska non tralasciando nulla: il mare, l’odore, la solitudine, la voragine del cuore, il freddo, la forza dell’uomo e della natura.

TITOLO: Il grande marinaio
AUTRICE: Catherine Poulain
PAGINE: 384
CASA EDITRICE: Neri Pozza
GENERE: Avventura

TRAMA: È una notte di febbraio a Manosque-les-Plateaux, nel Sud della Francia, una notte in cui i bar sono ancora pieni di gente e di fumo, quando Lili riempie un piccolo zaino militare e decide che è giunta l’ora di non morire più di infelicità, di noia, di birra. Meglio andarsene in capo al mondo, in Alaska, «verso il cristallo e il pericolo», a pescare nel freddo e nel vento!
Il marasma delle grandi avenue newyorchesi, un pullman Greyhound con sopra un levriero, cento dollari per passare da un oceano all’altro, ed eccola a Kodiak, la grande isola che spunta fra due brandelli di nebbia, con le sue foreste scure, le montagne e la terra bruna e sporca che affiora dalla neve sciolta. Di fronte solo l’oceano glaciale del Pacifico del Nord.
Qui, Lili si imbarca sulla Rebel per la pesca con il palamito in alto mare. Lo spilungone che la accoglie le rivolge uno sguardo stupito, prima di metterla in guardia su quello che l’aspetta. Imbarcarsi è come sposare la barca, una volta messo piede a bordo non hai più una vita, non hai più niente di tuo. Bisogna stare attenti a tutto, alle lenze che calano in acqua con una forza tale da portarti via un arto, e a quelle recuperate che, se si spezzano, possono ammazzarti o sfigurarti. Bisogna abituarsi al ghiaccio sul ponte che devi spaccare con una mazza da baseball, al freddo che gela il fiato tra le labbra, alla mancanza di sonno, al mare grosso, con onde alte venti o trenta metri, alla nebbia che inganna persino i radar, al sale che lambisce gli zigomi, brucia la fronte e secca le labbra, divorando il volto. Ma, soprattutto, bisogna essere all’altezza dei compagni di viaggio, un equipaggio composto da marinai incalliti, abituati alle durezze del mestiere e a lavorare in un ambiente estremo.
Un giorno sulla Rebel si imbarca Jude, «il grande marinaio», un veterano della pesca con il palamito. Il volto nascosto dentro una criniera ramata, le guance invase dalla barba, la voce roca, Jude è un uomo dal fascino magnetico nel cui petto albergano inattese violenze e altrettanto inattese tenerezze.
Lili si accorge di essere spaventata e, al contempo, inspiegabilmente attratta da quel colosso schivo e silenzioso. Ma innamorarsi di lui significherebbe rinunciare alla vita nomade e libera che, da quando si è lasciata alle spalle Manosque-les-Plateaux, si è ripromessa di non tradire mai. Perché Lili è una runaway, un animale nomade, uno spirito indomabile che chiede solo di essere lasciato libero di vagare per il mondo.

 
Lili è una donna in fuga da un passato avvolto nella nebbia, il desiderio di ricominciare è grande e tanto da condurla lontano dalla sua terra nella remota e selvaggia Alaska. Lili è una donna folle, anticonformista e libera, non vuole legami e non li cerca, desidera solo sparire e vagare per il mondo. Il suo cammino la porta ai confini del mondo e alla ricerca di un lavoro sulle barche da pesca che tutti i giorni solcano i mari freddi e terribili del Nord.
Nonostante sia una donna riesce a farsi valere e trova un impiego sulla Rebel, una barca con una stiva da una tonnellata che parte per la pesca del merluzzo.
I giorni si susseguono carichi di lavoro e solitudine, preparare l’attrezzatura, le esche e i palamiti, pulire e spazzolare e poi via verso il mare alla ricerca del tesoro che li renderà ricchi: il pesce.
Lili dovrà darsi parecchio da fare per competere con l’equipaggio, composto da otto uomini grandi e grossi. Pian piano il freddo si impossesserà di lei, il suo

corpo prenderà le forme del lavoro duro ed estremo: capelli sporchi di sangue di pesce, mani secche e rovinate, piedi ghiacciati e bagnati, magrezza estrema e muscolatura scattante, tutto in Lili cambierà perché il suo desiderio di essere accettata è più forte di qualunque altra cosa.
Lei vuole essere un vero marinaio quindi beve, mangia e lavora come un uomo e, dopo poco, gli stessi compagni si domandano se Lili sia una donna o un ragazzo.
A lei non importa, le interessa il mare e quella sensazione di libertà mista alla possibilità di superare i suoi limiti che la fa sentire profondamente viva, la gioia pura di sperimentare e scoprire fino a che punto è disposta a resistere, a sopportare.
E poi improvvisamente nella sua esistenza fatta di mare e pesca approda Jude, il grande marinaio, l’uomo rude e potente che affronta la tempesta a mani nude, che si piega ma non si spezza, un uomo che ha in sé tutta la forza dell’oceano tanto da essere sé stesso solo su una barca in mezzo alle onde.
Lili ne rimane stregata, lo teme e lo ammira, lo guarda di nascosto e cerca di capire quell’uomo così tormentato che con la sua chioma leonina la fa vacillare.
Jude però è un essere inquieto, in mare è padrone di sé, il più bravo, l’esperto ma a terra è piccolo e indifeso, la testa si infossa fra le spalle che diventano curve sotto il peso dei pensieri. E allora per dimenticare ci sono i bar, la birra, la vodka e il crack, tutto è utile per non pensare.
Tra i due nasce un attrazione palpabile che però si esaurisce in pochi capitoli, troppo sessuale e possessiva per i gusti di Lili, una donna che non vuole legami, che non ama essere intrappolata.
Lei è uno spirito nomade e nessuno riuscirà a fermarla, nemmeno Jude.
Il mondo descritto dalla Poulain è aspro e duro, dopo poche pagine ci sentiamo già impregnati della puzza di pesce, il sale si attacca alla pelle, il corpo grida di dolore nel leggere delle sofferenze che colpiscono i marinai, la fatica stordisce, la fame e il freddo sovrastano ogni cosa.
La vita di mare è tremenda e pericolosa, ore e ore a pescare, di giorno e di notte, dimenticandosi di esistere e perdendo la connessione con l’essere umani.
E poi quando tutto finisce i ricordi invadono la mente e allora ci si trova nei bar a bere, “a tingere di rosso la città”, come fantasmi che vagano senza riposo e senza una casa. Manca tutto a questi uomini: un rifugio, una famiglia, l’amore.
L’unica cosa che veramente possiedono è loro stessi e i limiti che riescono a superare.
La scrittura è secca, non lascia scampo, frammentata e mai esaustiva, la Poulain fa un uso notevole del punto. Ogni frase termina dopo poche parole e sembra di leggere a scatti.
Questo però va a discapito dei personaggi che non rimangono impressi, vengono descritti con quattro parole e poi volano via, quando li ritrovavo dopo poche pagine li avevo dimenticati. Gli unici che sovrastano la folla di

marinai sono Jude e lo skipper della Rebel, entrambi tormentati e inquieti , entrambi affascinati dalla natura libera di Lili a tal punto da volerla catturare.
Da un lato una proposta di matrimonio e dall’altro un amore geloso e possessivo, Lili scappa da entrambi.
Questa donna è un personaggio davvero unico, in fuga da qualcosa che lei non ci svela mai, forse una vita che le andava stretta o forse un destino già tracciato che lei non accettava. Lili ha bisogno di avventura, è dipendente dall’adrenalina che le attanaglia il corpo quando la barca solca il mare, ama follemente il silenzio delle acqua che sono “la bocca del mondo” “il respiro che non cessa mai”, è in fuga da tutto compresa se stessa, il mondo si muove e lei lo segue in un incessante errare per le strade di questo immenso universo.
Uno spirito indomabile e ribelle che affascina ma inquieta.
Lili, in molti episodi, sembra pazza, folle nella sua brama di voler pescare, assetata di vita ma allo stesso tempo incurante della morte.
Questo libro mi ha molto colpita, ho divorato le prime duecento pagine ma a poco a poco mi sono bloccata, pian piano diventa ripetitivo e perde forza, in più mentre leggevo mi sentivo molto sola, i personaggi sono disperati e in attesa di qualcosa che non conoscono, avvolti dall’oblio.
Forse è stato troppo duro, forse non ero pronta o forse non me l’aspettavo.
Una lettura faticosa e poetica che rifarei.


Valutazione

 
Siamo immersi nella luce della sera,
la musica arriva a ondate, il regolare andirivieni dell'acqua sul ponte
che cola attraverso i boccaporti per tornare un istante dopo quando la barca oscilla,
rumore di risacca,
un respiro lento,
il ritmo monotono del flusso e del riflusso.
Canto di eternità.
Mi giro verso il mare, ha il rosso ramato del giorno morente.
Forse ce ne andremo per sempre così,
fino alla fine dei tempi,
sull'oceano rosseggiante e verso il cielo aperto,
una corsa folle e magnifica nel nulla, nel tutto,
cuore caldo, piedi gelidi,
scortati da un nugolo di gabbiani urlanti,
un grande marinaio sul ponte, con la faccia distesa, quasi dolce.
Da qualche parte ancora...
città, muri, folle cieche.
Ma per noi non più. Per noi più niente.
Inoltrarsi nel grande deserto, fra le dune sempre mobili e il cielo.



 



Kodiak-Alaska



AUTRICE: è nata nel 1960. Ha lavorato in un conservificio di pesce in Islanda, come raccoglitrice stagionale di frutta in Francia e in Canada, come barista a Hong Kong, come operaia negli Stati Uniti, e come pescatrice in Alaska, per più di dieci anni. Attualmente divide il proprio tempo tra l’Alpes de Haute-Provence e il Medoc, dove lavora rispettivamente come allevatrice e viticoltrice. Il grande marinaio è il suo primo romanzo.

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